Fast fashion, l’impatto ambientale e sociale della moda economica: come affrontare la sfida globale

L'impatto ambientale della fast fashion
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La fast fashion, un modello di produzione e consumo di abbigliamento veloce e a basso costo, sta suscitando sempre più preoccupazione per i suoi effetti sull’ambiente e sulle economie mondiali.
TV e mass media in genere ne parlano con sempre maggiore frequenza perché il fenomeno ha raggiunto un’ampiezza così totale che non può più essere ignorata.

 


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Numerosi studi hanno infatti evidenziato il significativo impatto ambientale causato dall’industria della moda, tra cui l’emissione di gas serra, l’utilizzo di risorse idriche e la generazione di rifiuti che vengono bruciati in gigantesche discariche o che finiscono nella catena alimentare per tramite delle nano plastiche.


La discarica africana

Il consumo di fast fashion ha contribuito all’afflusso di migliaia di tonnellate di vestiti usati in Paesi africani come il Ghana. Questo fenomeno, noto come “dumping di abbigliamento” o “dumping tessile”, è stato evidenziato da ricerche e inchieste giornalistiche.
I Paesi occidentali producono e consumano grandi quantità di abbigliamento a basso costo, che viene indossato per brevi periodi e successivamente donato o venduto come abbigliamento usato. Il Ghana è diventato uno dei principali destinatari di questi vestiti usati, con mercati secondari e centri di smistamento come il mercato di Kantamanto ad Accra, la sua capitale.

Sebbene l’arrivo di abbigliamento usato possa sembrare un’opportunità per l’acquisto di abiti a prezzi accessibili, ha causato danni all’industria tessile locale. L’enorme offerta di abbigliamento usato proveniente dall’estero ha reso difficile per i produttori locali competere e molti hanno chiuso i loro stabilimenti, portando alla perdita di posti di lavoro.

Ci sono diverse ricerche e report che documentano questo fenomeno. Organizzazioni come Oxfam hanno condotto studi sull’impatto del dumping di abbigliamento nelle economie africane. Questi rapporti offrono una visione dettagliata degli effetti sociali ed economici che il dumping di abbigliamento ha in queste comunità.

Il dumping di abbigliamento ha conseguenze sia positive che negative. Da un lato, offre un accesso economico all’abbigliamento a persone che altrimenti non potrebbero permetterselo. D’altra parte, danneggia l’industria locale, crea dipendenza dall’abbigliamento usato e ha un impatto ambientale che, alla luce dei numeri, è di fatto un fenomeno devastante.

Come avviene lo smistamento

Ci sono diverse ragioni per cui i vestiti usati finiscono in Ghana e in altri paesi africani. Alcuni dei fattori chiave includono:

  1. Donazioni e donatori: i Paesi occidentali donano grandi quantità di abiti usati a organizzazioni di beneficenza. Queste organizzazioni, a loro volta, possono vendere o distribuire gli abiti usati agli Stati in via di sviluppo. La scelta di inviare gli abiti usati in Ghana o in altre parti dell’Africa può dipendere da accordi tra organizzazioni di beneficenza, esportatori di abbigliamento usato e destinatari locali.

  2. Infrastrutture di importazione: alcuni Stati africani, come il Ghana, hanno sviluppato infrastrutture per l’importazione e la distribuzione di abbigliamento usato. Ciò può includere mercati secondari e centri di smistamento che gestiscono grandi quantità di abiti usati provenienti da diverse fonti.

  3. Domanda di abbigliamento usato: in molti Paesi africani, l’abbigliamento usato è popolare a causa della sua disponibilità a prezzo accessibile. La domanda di abbigliamento usato può essere sostenuta da persone con redditi limitati che non possono permettersi abiti nuovi. Inoltre, alcuni vestiti usati diventano un’esca perché considerati alla moda o desiderabili per motivi culturali o di stile.

  4. Effetti della globalizzazione: la globalizzazione ha aperto le porte al commercio internazionale e alla circolazione di merci molto meno regolamentata e limitata rispetto al passato. L’abbigliamento usato è diventato parte integrante del commercio globale, con flussi di merce che si spostano attraverso i continenti.

Il mercato di Kantamanto

Il mercato di Kantamanto ad Accra è noto per essere uno dei più grandi mercati di abbigliamento usato in Africa occidentale. Qui, i vestiti usati vengono smistati, selezionati e venduti a prezzi accessibili a una vasta gamma di acquirenti, inclusi residenti locali, rivenditori e piccoli commercianti.

Tuttavia, è importante sottolineare che il ruolo del Ghana come centro di smistamento è solo una parte del più ampio fenomeno del commercio di abbigliamento usato a livello globale. Ci sono flussi simili di abbigliamento usato che raggiungono altri Stati africani e anche altre parti del mondo in via di sviluppo.

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Quanto è importante la produzione locale?

abbigliamento artigianale il sarto della nostra zona. macchina da cucire.

La fast fashion impatta anche su altri Paesi poveri

Oltre al Ghana, altri Paesi africani coinvolti nel commercio di abbigliamento usato sono:

  1. Nigeria: è uno dei maggiori importatori di abbigliamento usato in Africa. Centri di smistamento come Balogun Market a Lagos sono noti per la vendita di abiti usati provenienti da diverse fonti internazionali.

  2. Kenya: qui ci sono mercati come Gikomba Market a Nairobi, che sono noti per il commercio di abbigliamento usato. Qui vengono importate grandi quantità di vestiti usati, che vengono poi rivenduti a livello locale.

  3. Uganda: è coinvolto nel commercio di abbigliamento usato, con luoghi come Owino Market a Kampala che offrono una vasta selezione di abiti usati provenienti da diverse parti del mondo.

  4. Tanzania: la città di Dar es Salaam è un importante centro per il commercio di abbigliamento usato. Qui, ci sono mercati e aree commerciali che offrono una varietà di vestiti usati.

  5. Benin: la città di Cotonou in Benin è un hub regionale per l’abbigliamento usato. I vestiti vengono importati principalmente dai mercati europei e distribuiti in tutta l’Africa occidentale.

Inquinamento atmosferico e emissioni di gas serra prodotti dalla fast fashion:

Secondo alcune stime, ogni anno arrivano in Africa diverse centinaia di migliaia di tonnellate di abbigliamento usato. Alcuni rapporti indicano cifre che vanno da 200.000 a 500.000 tonnellate o addirittura oltre, ma è importante notare che queste cifre sono approssimative e possono variare.

Uno studio condotto dalla Ellen MacArthur Foundation ha stimato che l’industria della moda contribuisce al 2-10% delle emissioni globali di gas serra. Le emissioni di gas serra sono principalmente causate dalla produzione e dal trasporto di materiali tessili e abbigliamento. Il Global Fashion Agenda e il Boston Consulting Group hanno riportato che le emissioni di gas serra dell’industria della moda ammontano a circa 1,2 miliardi di tonnellate di CO2eq all’anno, corrispondenti al 4% delle emissioni globali totali.

Va comunque ricordato che CO2 e inquinamento non sono la stessa cosa.

Le nanoplastiche, particelle di plastica di dimensioni microscopiche, possono essere presenti nei tessuti sintetici o possono derivare dalla degradazione delle fibre plastiche durante il lavaggio o l’usura degli abiti. Queste nanoplastiche possono essere rilasciate nell’ambiente durante il ciclo di vita degli abiti e possono avere impatti negativi sugli ecosistemi acquatici e sulla fauna marina.

Che effetti dimostrati hanno le nano plastiche?

  1. Fauna marina: le nano plastiche sono dannose per organismi marini, causando danni digestivi, alterazione comportamentale e accumulo di tossine.
  2. Catena alimentare: l’accumulo di nano plastiche lungo la catena alimentare, implicando rischi per animali predatori e umani.
  3. Salute umana: l’accumulo di nano plastiche è possibile  nei tessuti umani, con potenziali danni a lungo termine.
  4. Inquinamento ambientale: la persistenza delle nano plastiche nell’ambiente acquatico e terrestre, minaccia la biodiversità e gli ecosistemi.

Spirit of St. Louis contribuisce a limitare le emissioni dannose per il pianeta e crea lavoro, in Italia

perché realizziamo collezioni in piccole quantità a livello locale, preferendo l’alta qualità che dura di più nel tempo e ti consente di risparmiare.

Brand come Spirit of St. Louis offrono jeans di alta qualità con prezzi più accessibili rispetto alle grandi firme, utilizzando materiali di pregio come il denim giapponese, che è notoriamente di qualità superiore e viene tinto in modo naturale; senza cioè l’impiego di sostanze chimiche nocive per l’uomo e per l’ambiente, garantendo resistenza e basso impatto ambientale.

tela iceman by Spirit of St. Louis - vista posteriore

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Utilizzo delle risorse idriche

L’industria della moda richiede un’enorme quantità di acqua per i processi di tintura, finitura e produzione. Secondo la Ellen MacArthur Foundation, l’industria della moda utilizza circa il 4% dell’acqua dolce mondiale, corrispondente a circa 93 miliardi di metri cubi all’anno. Questo sfruttamento insostenibile delle risorse idriche ha conseguenze negative sull’approvvigionamento idrico globale e sulla biodiversità degli ecosistemi idrici.

Generazione di rifiuti

Uno dei problemi chiave della fast fashion è la produzione e l’accumulo di rifiuti tessili. Si stima che il 73% dei materiali utilizzati nell’industria della moda finisca in discarica o venga bruciato alla fine della loro vita utile. Questo comporta un enorme spreco di risorse e contribuisce all’inquinamento del suolo e dell’aria. La quantità di rifiuti tessili non riutilizzati e sprechi di prodotti tessili è stimata a circa 500 miliardi di dollari ogni anno.

Impatto finanziario sulle economie africane

Il fenomeno della fast fashion ha avuto un impatto significativo sulle economie africane, in particolare nel caso dei vestiti usati che vengono inviati in Africa. Questi flussi di vestiti usati provenienti da Paesi occidentali hanno portato a una saturazione del mercato locale, causando danni all’industria tessile africana e al settore dell’artigianato locale.

Il lato nascosto della fast fashion
Il rovescio della medaglia della fast fashion

Sfruttamento anche in Europa

Una recente indagine condotta dal Sunday Times, ha svelato come nella città di Leicester le paghe orarie di una fabbrica che produce fast fashion per conto di BOOHOO fosse di appena 3,50 pounds a fronte di un salario minimo fissato a 10,42 sterline/h, che se consideriamo il costo della vita in Inghilterra, è di molto inferiore a quella degli schiavi in Medio Oriente e in estremo Oriente.

In un’altra inchiesta sempre su BOOHOO, stavolta il Times ha rivelato come all’interno della fabbrica i dipendenti stessi si chiamino schiavi.

Iceman, il blue jeans di Spirit of St. Louis

 

Chi sono i principali produttori di fast fashion

Il termine “fast fashion” si riferisce a un modello di produzione e consumo di abbigliamento che si caratterizza per la produzione rapida e a basso costo di nuovi capi di moda, spesso in risposta alle ultime tendenze, e per il rapido ricambio delle collezioni. Molti brand noti sono stati associati al concetto di fast fashion. Alcuni dei marchi più noti nel settore del fast fashion includono:

  1. Zara (gruppo Inditex): Zara è uno dei marchi di fast fashion più famosi ed è parte del gruppo Inditex, che possiede anche altri marchi come Pull&Bear, Massimo Dutti, Bershka e Stradivarius.

  2. H&M (Hennes & Mauritz): H&M è un altro marchio di fast fashion molto popolare, noto per la sua produzione rapida e accessibile di abbigliamento.

  3. Forever 21: Forever 21 è un marchio di fast fashion statunitense che offre una vasta gamma di abbigliamento economico e alla moda.

  4. Primark: Primark è un marchio irlandese che si è espanso a livello internazionale, offrendo abbigliamento a basso costo.

  5. Topshop: Topshop è un marchio britannico che ha guadagnato popolarità nel settore del fast fashion.

Ci sono anche produttori italiani?

Alcuni esempi di marchi italiani che potrebbero rientrare nella categoria della fast fashion includono:

  1. Benetton: è un marchio italiano noto per il suo abbigliamento alla moda e accessibile. L’azienda è stata fondata nel 1965 a Ponzano Veneto, in Italia, e ha negozi in tutto il mondo.

  2. OVS: è un marchio italiano di abbigliamento a prezzi accessibili. L’azienda ha sede a Mestre, in Italia, e opera sia in Italia che all’estero.

  3. Terranova: è un marchio italiano che offre abbigliamento economico e alla moda. L’azienda ha la sua sede a Verona, in Italia, ed è presente in diversi paesi.

Questi sono solo alcuni esempi di marchi associati al concetto di fast fashion, ma ci sono molti altri marchi che operano nel settore. È importante sottolineare che la responsabilità nel fenomeno del fast fashion non è limitata esclusivamente ai produttori, ma coinvolge anche i consumatori, i fornitori di materie prime e l’intera catena di approvvigionamento dell’abbigliamento.

Alcuni dei principali brand produttori di fast fashion

 

Pandabuy, Shein e gli altri

Un ingranaggio fondamentale della distribuzione e del consumo di fast fashion sono i giganti cinesi che attraverso i loro portali online raggiungono i consumatori, in particolare i più giovani.

Il più famoso e diffuso tra la popolazione occidentale è Shein, mentre Pandabuy, specializzato nella contraffazione di marchi e di prodotti specifici, è più popolare presso i teenagers.

Secondo l’indagine della serie Untold, guidata dalla reporter Ιman Amrani, intitolata: “The Shein Machine” i lavoratori vengono sfruttati in condizioni di schiavitù. Come riportato da Repubblica i lavoratori sfruttati si trovano nelle seguenti condizioni:

  • lavorano 17-18 ore al giorno;
  • lavorano 7 giorni su 7;
  • il salario base è di 4,000 yuan mensili, circa 540 euro;
  •  il primo stipendio è trattenuto dall’azienda;
  • sono pagati 40 centesimi a capo di abbigliamento;
  • la produzione minima richiesta è di 500 capi a testa al giorno;
  • hanno un giorno al mese di “ferie”;
  • se fanno un solo errore non ricevono ⅔ della paga giornaliera;

La stessa Shein ha dovuto ammettere gli addebiti dichiarando di voler investire 15 milioni in migliorie della situazione; dichiarazione che ha destato dubbi come la più classica operazione di greenwashing…


Le operazioni di greenwashing delle marche coinvolte

Lo stesso è più o meno quello che emerge da una recente inchiesta di Greenpeace intitolata, Greenwashing danger zone (scarica il PDF), che ha preso in esame 29 marchi del fast fashion, ha fatto emergere numerosi nuovi dati. Eccone alcuni presi a campione che rappresentano il reale prezzo della moda a basso costo:

  • lo sfruttamento dei lavoratori;
  • le sostanze nocive e inquinanti con cui vengono tinti i tessuti;
  • consumo massivo delle risorse primario;

I numeri della finta sostenibilità dei marchi coinvolti nell’indagine

I marchi in questione di cui al PDF sopra menzionato, cercano di ripulirsi l’immagine applicando etichette dichiaranti una sostenibilità che di fatto non c’è.

Infatti il cotone marchiato BCI in realtà, secondo Greenpeace utilizza fino al 67% di pesticidi. Le fibre di poliestere riciclato, anche se vengono ricavate dal riciclo delle bottiglie di plastica usate, in realtà non è più riciclabile una volta smaltiti gli abiti, rilasciando 1900 micro fibre ad ogni lavaggio che finiscono nella catena alimentare.

I tessuti in viscosa che viene prodotta con l’impiego di sostanze chimiche nocive. A queste si somma l’utilizzo di cellulosa che dall’indagine risulta solo per il 14% da boschi certificati secondo gli standard di sostenibilità internazionali. 

Le stesse etichette di sostenibilità delle 29 marche prese in esame sono auto certificate, quindi non vengono approvate da enti certificatori terzi indipendenti.

Solo se prendiamo in considerazione l’Europa, ogni anno vengono buttati via 5,8 milioni di tonnellate di vestiti. 


 

I Paesi con il più alto consumo di fast fashion al mondo

  1. Stati Uniti: caratterizzati da un alto consumo di abbigliamento e dalla presenza di numerosi marchi di fast fashion.
  2. Regno Unito: vanta un’industria della moda vivace ed è un centro di tendenze di consumo.
  3. Cina: vi riscontriamo un aumento notevole del consumo di abbigliamento dovuto alla grande popolazione e alla crescente classe media.
  4. India: data la grande popolazione, crescente nella sua classe media, vi è un notevole aumento del consumo di abbigliamento.
  5. Brasile: rappresenta un mercato di consumo significativo nel Sud America, interesse per la moda, marchi di fast fashion.

E in Europa…

  1. Regno Unito: come già detto poco più sopra, il Regno Unito è considerato uno dei principali mercati di fast fashion in Europa. Londra, in particolare, è conosciuta per essere una capitale della moda e un centro di tendenze di consumo.

  2. Germania: la Germania è un importante mercato di consumo in Europa, compreso l’abbigliamento. Le città come Berlino e Monaco di Baviera sono noti per la loro scena di moda e la presenza di numerosi marchi di fast fashion.

  3. Francia: la Francia è famosa per la sua influenza nel settore della moda e il suo stile elegante. Parigi è considerata una delle capitali mondiali della moda. Anche se il concetto di fast fashion potrebbe essere in conflitto con il concetto di alta moda francese, i consumatori francesi possono comunque partecipare al consumo di abbigliamento economico e alla moda.

  4. Spagna: la Spagna è nota per avere una forte presenza di marchi di fast fashion come Zara (Inditex), che ha la sua sede a La Coruña. Il paese ha una cultura di moda accessibile e alla moda, e le grandi città come Barcellona e Madrid sono importanti centri di tendenze di consumo.

  5. Italia: l’Italia ha una lunga tradizione nel settore della moda e alcune delle più importanti case di moda del mondo hanno origine in Italia. Tuttavia, anche il consumo di fast fashion è presente nel paese, soprattutto tra i consumatori più giovani.

Quali sono le fasce d’età che usufruiscono maggiormente della fast fashion?

Anche se la tendenza generale è quella di un progressivo cambio di rotta, alcuni studi, tra cui uno condotto dal GlobalWebIndex nel 2020, indica che per contrastare il fenomeno della fast fashion occorre partire dai giovani.
Lo stesso infatti ha rilevato che i consumatori più giovani erano generalmente più inclini ad acquistare abbigliamento di fast fashion rispetto ai consumatori più anziani. Il rapporto indicava che il 40% dei consumatori tra i 16 e i 24 anni aveva acquistato abbigliamento di fast fashion nell’anno precedente, rispetto al 25% dei consumatori di età superiore ai 55 anni.

consumatori di fast fashion per fascia d'età

  1. Millennials: anche conosciuti come la generazione del millennio, sono nati tra la metà degli anni ’80 e la metà degli anni 90, e sono spesso considerati uno dei principali gruppi di consumatori di fast fashion. Questa generazione è cresciuta nell’era digitale e tende ad essere influenzata dalle tendenze di moda, cercando abbigliamento economico e alla moda.

  2. Generazione Z: e comprende i giovani nati a partire dalla metà degli anni ’90 fino ai primi anni 2000. È considerata uno dei principali gruppi di consumatori di fast fashion. Essendo cresciuti in un’epoca di accesso immediato alle informazioni e ai social media, i membri della generazione Z spesso cercano abbigliamento economico e alla moda per rimanere al passo con le tendenze.

  3. Adolescenti: gli adolescenti di diverse generazioni, in particolare quelli che si avvicinano all’età adulta, sono spesso attratti dalla fast fashion. La necessità di esprimere la propria identità e seguire le tendenze sociali può portare gli adolescenti a cercare abbigliamento economico e alla moda.

  4. Giovani adulti: comprendono spesso individui tra i 20 e i 30 anni. Sono un’altra fascia d’età che può usufruire della fast fashion. Essendo in una fase di transizione e spesso con risorse finanziarie limitate, molti giovani adulti cercano abbigliamento economico e alla moda che possano adattarsi al loro stile di vita.

Questo dato, che pare abbastanza scontato, entra in conflitto però con la narrazione che vuole le nuove generazioni come le più sensibili alle tematiche ambientaliste.

Si tratta di una contraddizione o di una frattura interna a questa generazione, che oppone due modi di pensare e di agire nel concreto?

Se di azioni si tratta occorre iniziare da quella che dovrebbe informare e rendere consapevoli le fasce d’età più attratte dal consumo a basso costo, dell’importanza che hanno le nostre scelte quotidiane.
Come?
Non basta far piacere le cose belle ai giovani.
Noi di Spirit of St. Louis lo vediamo tutti i giorni. Giovani e giovanissimi sono attratti dai nostri capi. Rimangono letteralmente abbagliati in particolare dal nostro Iceman (dagli un’occhiata) in blue jeans; così al passo con la moda perché ha anticipato di due anni il ritorno del pantalone in stile cargo con impunture bianche in pieno contrasto col tessuto.

Iceman, il blue jeans di Spirit of St. Louis

Iceman blue jeans vintage in stile work di Spirit of St. Louis. Dettaglio del cinturino posteriore.jpg - Spirit of St. Louis
Iceman pantalone work uomo, Spirit of St. Louis - dettigio del cinturino posteriore
Iceman - pantalone uomo work vintage - in denim giapponese - Spirit of St. Louis

Dettagli del blue jeans Iceman, in denim giapponese Kuroki®

Ma se Spirit of St. Louis ha saputo vederci lungo, addirittura in largo anticipo sulla moda di tendenza, solo pochissimi ragazzi riescono a superare l’ostacolo del confronto con il cartellino del prezzo dell’abbigliamento a basso costo.

Entra quindi in gioco il ruolo dei genitori e della famiglia estesa ai parenti più prossimi, nel fare la loro parte.
La nostra esperienza ci dice che è possibile farlo.
Non di rado infatti i genitori acquistano per i propri figli i nostri capi… a distanza.
Gli mandano foto e filmati della collezione completa via whatsapp e li invitano a scegliere quello che preferiscono.

A noi pare un bel modo per trasferire ai ragazzi la cultura della qualità.


Che tipo di abbigliamento occorre preferire per contrastare gli effetti della fashion fashion?

Anche se gli influencers invitano ad acquistare le grandi firme, in realtà non è vero che solo l’abbigliamento costoso riduce l’impatto ambientale. 
Infatti anche i vestiti artigianali possono differire notevolmente in termini di durata e costo per il consumatore e, al contempo, abbattere l’inquinamento prodotto dalla fast fashion. 

Capi artigianali

I capi artigianali, realizzati a mano da artigiani qualificati, generalmente impiegano materiali di alta qualità e seguono processi di produzione più lenti e attentamente curati.

Questo può risultare in un prodotto di alta qualità, con una maggiore attenzione ai dettagli e una maggiore durata. I vestiti artigianali possono essere realizzati con tessuti di qualità superiore, cuciture resistenti e rifiniture precise, che possono contribuire a una maggiore durata nel tempo rispetto ai capi fast fashion.

In termini di costo per il consumatore, i prodotti artigianali tendono ad essere più costosi rispetto a quelli fast fashion. Ciò riflette il lavoro artigianale dedicato, l’attenzione ai dettagli e l’utilizzo di materiali di qualità superiore.

L’abbigliamento artigianale può richiedere più tempo e abilità per essere prodotto, il che si riflette nel prezzo finale per il consumatore.

D’altra parte, i capi fast fashion sono generalmente prodotti in grandi quantità, utilizzando materiali economici e processi di produzione a basso costo. Questo può influire sulla durata e sulla qualità dei vestiti, poiché spesso vengono realizzati con materiali meno resistenti e con lavorazione meno accurata.

Possono essere più accessibili in termini di prezzo, ma potrebbero richiedere sostituzioni più frequenti a causa della loro minore durata nel tempo.

Siamo abbottonati al Made in Italy

Persino i nostri bottoni sono fatti in Italia.

Cinquetasche in denim giapponese, dettaglio dei bottoni made in Italy. Spirit of St. Louis.

Non ci credi?

Abbiamo creato un video che ci fa riflettere su tutto questo. Aiutaci a condividerlo.

Che azioni possono intraprendere gli artigiani per competere con la fast fashion?

Spirit of St. Louis mette in atto tutte le azioni e le strategie che l’artigianato può adottare per competere con la fast fashion:

  1. Valorizzare l’unicità e l’artigianalità: offriamo prodotti unici e di alta qualità, realizzati a mano con cura e attenzione ai dettagli. Questo ci alla contrappone la produzione di massa e l’omogeneità della fast fashion.

  2. Promuovere la sostenibilità: adottiamo pratiche sostenibili, utilizzando materiali eco-friendly e processi produttivi a basso impatto ambientale. Questo può attrarre i consumatori che sono sempre più consapevoli dell’importanza della sostenibilità.

  3. Focalizzarsi sulla produzione locale: mettiamo a frutto i vantaggi della produzione locale, lavorando a stretto contatto con comunità locali e preservando le tradizioni artigianali. Questo favorisce un senso di appartenenza e sostiene le economie locali.

  4. Educare i consumatori: cerchiamo di educare i consumatori sul valore dei prodotti artigianali, spiegando la nostra storia e l’impatto positivo che possiamo avere sull’ambiente e sulle comunità.

  5. Collaborare e creare reti: Spirit of St. Louis collabora con gli artigiani per creare reti e sinergie. Questo può favorisce la visibilità del settore artigianale e ampliare le opportunità di mercato.
  6. Coinvolgere la tecnologia: utilizziamo la tecnologia per migliorare i processi produttivi, raggiungere un pubblico più ampio attraverso piattaforme digitali e promuovere la nostra attività attraverso il marketing online.

Disegno e progettazione Spirit of St. Louis

Primo piano della classica fibbia del pantalone Gurkha, montata su un pantalone Spirit of St. Louis - gurkha trousers
Primo piano della classica fibbia del pantalone Gurkha, montata su un pantalone Spirit of St. Louis – gurkha trousers

In definitiva, l’artigianato può distinguersi dalla fast fashion offrendo un’esperienza di acquisto più personale, un prodotto di qualità, sostenibilità e una connessione con la cultura e la tradizione.

La qualità dell'abbigliamento artigianale vs. fast fashion- Spirit of St. Louis

Cinquetasche in denim - Spirit of St. Louis

Cosa può fare il consumatore per contrastare gli effetti indesiderati della fast fashion?

Il consumatore può adottare alcune azioni per contrastare gli effetti indesiderati della fast fashion:

  1. Acquistare in modo consapevole: informarsi sulla provenienza e le pratiche etiche dei marchi di abbigliamento prima di effettuare un acquisto. Preferire marchi che adottano politiche sostenibili e responsabili nei confronti dei lavoratori e dell’ambiente.

  2. Optare per la qualità invece della quantità: preferire capi d’abbigliamento di qualità che durano nel tempo piuttosto che acquistare frequentemente abiti di scarsa qualità. In questo modo si riduce la produzione di rifiuti e si promuove una mentalità di consumo più sostenibile.

  3. Scegliere abbigliamento di seconda mano: esplorare l’opzione di acquistare abiti usati o di scambiare capi con amici o familiari. Questo riduce il flusso di abbigliamento nuovo nel mercato e contribuisce al riuso e al riciclo dei vestiti.
    Una buona idea sono i mercatini del vintage o i piccoli negozi dell’usato.

  4. Valorizzare l’artigianato locale: sostenere gli artigiani locali acquistando abbigliamento fatto a mano e prodotti tradizionali. Questo promuove l’economia locale e contribuisce alla preservazione delle tradizioni artigianali.

  5. Ridurre, riparare e riciclare: ridurre l’accumulo di abiti nel proprio guardaroba, riparare gli abiti danneggiati invece di gettarli e riciclare i vestiti che non si utilizzano più attraverso programmi di riciclaggio specifici.

  6. Educarsi sul tema: informarsi sugli impatti della fast fashion e diffondere consapevolezza tra amici e familiari. Partecipare a iniziative e campagne che promuovono la moda sostenibile e responsabile.

  7. Preferire la filiera corta, l’artigianato e il fatto a mano: come puoi notare acquistare, produrre, scambiare dalla filiera corta è la chiave del successo. Preferire i prodotti locali è sempre la scelta migliore; sia perché limita fino a zero le emissioni nocive, sia perché aiuta le economie locali e produce prodotti che durano molto più a lungo. Il fatto a mano, il prodotto locale, l’artigianato, la manifattura, ecc. sono in grado di immettere nel mercato prodotti migliori, più sani e duraturi, oltre a mantenere intatte le conoscenze e il patrimonio culturale e tecnico che sono nate e cresciute dal territorio.
  8. Limitare la capacità e la facilità di spesa, ovvero l’autonomia dei minori, che non hanno la maturità, di acquistare online in modo responsabile.

Le azioni dei consumatori possono avere un impatto significativo nel promuovere una moda più sostenibile e responsabile, influenzando le scelte dei marchi e promuovendo un cambiamento nell’intera industria della moda.

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Iceman in cotone kaki by Spirit of St. Louis.

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